FABIO IZZO: L'INTERVISTA

"PARLA DEL SUO NUOVO DOCU-CORTO: IL CALCIO AL TEMPO DELLA GUERRA"

BIOGRAFIA:

 Fabio Izzo è uno scrittore e filmmaker italiano. Il suo lavoro esplora il rapporto tra sport, identità, memoria e connessione umana, con una particolare attenzione alle storie nate ai margini dei grandi racconti ufficiali.
Ha realizzato il documentario L'viv–Napoli: The Music That Echoed Back, premiato
come Best Short Documentary all'East Village Film Festival di New York nel 2025 e
come Best First-Time Director al Madonie Film Festival.
Come scrittore è stato candidato al Premio Strega, con il sostegno di Predrag
Matvejević, e ha ricevuto importanti riconoscimenti tra cui il Premio Grinzane
Cavour e il Premio Internazionale di Cava de' Tirreni. Ha inoltre collaborato con
diverse realtà editoriali e culturali, tra cui Rai News Poesia, e ha pubblicato il graphic novel Uccidendo il secondo cane per Oblomov.
Con Football in Times of War torna in Ucraina per raccontare la comunità del calcio
amputati e il ruolo che il calcio può assumere nella ricostruzione dell'identità, della
fiducia e del senso di appartenenza.

L' INTERVISTA

1. Football in Times of War racconta una realtà poco conosciuta: quella dei calciatori amputati ucraini che, nonostante la guerra, continuano a scendere in campo. Come nasce l'idea di questo documentario e cosa ti ha spinto a raccontare proprio questa storia?

Dopo il mio primo cortometraggio, volevo tornare a lavorare in Ucraina e avevo in mente due o tre idee. Poi, come spesso accade, per caso o per destino, parlando con alcune persone ho scoperto la realtà della League of the Mighty e ne sono rimasto folgorato.

Ho sentito subito il desiderio di raccontare la storia di questi calciatori attraverso il calcio, un linguaggio universale capace di parlare a tutti. Mi interessava raccontare una storia di identità, appartenenza, comunità e ricostruzione. In un contesto in cui la guerra sembra limitare ogni aspetto della vita, questi giocatori continuano a ritagliarsi uno spazio in cui poter essere semplicemente se stessi, insieme agli altri, dentro e fuori dal campo.

2. Il documentario segue i giocatori della League of the Mighty, una lega calcistica che assume un significato ben più profondo della semplice competizione sportiva. Come sei entrato in contatto con questa realtà e quale impressione hai avuto incontrando i protagonisti per la prima volta?

Sono entrato in contatto con la League of the Mighty mentre cercavo una storia da raccontare durante il mio nuovo viaggio in Ucraina. Mi ha colpito subito, ma l'impressione più forte l'ho avuta incontrando i giocatori.

La prima cosa che ho visto non è stata la loro disabilità, né ho pensato alle storie personali che ciascuno di loro portava con sé. Ho visto dei calciatori: persone con una grande voglia di giocare, di scherzare, di parlare di calcio, di stare insieme e, naturalmente, di vincere.

È questo che mi ha colpito e che ho cercato di conservare nel film. Le loro storie personali sono importanti, ma non volevo che diventassero l'unica chiave attraverso cui guardarli. Volevo che lo spettatore potesse conoscerli anche attraverso quello che fanno, il modo in cui si relazionano e la passione che condividono. In fondo, è così che ci si avvicina a qualsiasi squadra: cominciando a conoscerla e, a poco a poco, sentendola anche un po' propria.

3. Girare un documentario in un Paese coinvolto in un conflitto comporta inevitabilmente difficoltà e responsabilità. Quali sono state le principali sfide che hai affrontato durante le riprese in Ucraina, sia dal punto di vista produttivo sia da quello umano?

Per una piccola produzione girare nelle aree interne dell'Ucraina durante la guerra ha significato innanzitutto confrontarsi con una situazione in cui anche la normale organizzazione di una produzione cinematografica diventava molto più complicata. Gli spostamenti, i tempi, la disponibilità delle persone e le condizioni di lavoro ci imponevano di adattarci continuamente a ciò che accadeva intorno a noi, spesso da un momento all'altro.

In situazioni del genere, scopri che tutto, ma proprio tutto, può essere ridotto all'essenziale. Il superfluo perde davvero senso. Purtroppo, alcuni collaboratori si sono tirati indietro dopo aver inizialmente dato la propria disponibilità: avrebbero preferito pernottare in Polonia e spostarsi ogni giorno per raggiungere le zone delle riprese. Una soluzione che poteva sembrare praticabile per Leopoli, ma che presentava comunque delle difficoltà, anche a causa dei controlli alla frontiera. Inoltre, lontano dai grandi centri urbani è più difficile trovare fixer locali, figure fondamentali per organizzare le riprese sul territorio. Bisogna quindi adattarsi, fare i conti con ciò che si ha a disposizione e trovare soluzioni strada facendo. È stata una sfida importante anche sul piano organizzativo.

C'erano poi difficoltà più legate alla dimensione umana e al modo di raccontare questa storia. Quando incontri persone che hanno attraversato esperienze così profonde, è facile costruire un racconto incentrato esclusivamente sul dolore. Era proprio ciò che volevo evitare. Non volevo andare in Ucraina alla ricerca di immagini drammatiche, ma per ascoltare e osservare, lasciando che fossero i giocatori, attraverso i loro gesti e le loro relazioni, a raccontarsi.

La sfida era trovare un equilibrio tra la realtà della guerra e la necessità di mantenere lo sguardo concentrato sui protagonisti, sul loro rapporto con il calcio e sul senso di comunità che avevano costruito dentro e fuori dal campo.

4. Nel film scegli di raccontare i protagonisti prima di tutto come calciatori, compagni di squadra e persone, evitando di identificarli esclusivamente attraverso le conseguenze della guerra. Quanto è stata importante questa scelta narrativa e come hai lavorato per mantenere questo equilibrio?

È stata probabilmente la scelta narrativa meno immediata, ma anche la più importante di tutto il documentario. Ho cercato di ricordare a me stesso che non stavo raccontando semplicemente la storia di persone che avevano perso un arto a causa della guerra, ma quella di calciatori che avevano una grande voglia di giocare.

Per questo ho cercato di lasciare spazio all'osservazione, soprattutto ai momenti sul campo. Sono situazioni che permettono di conoscere una persona senza dover necessariamente spiegare tutto attraverso ciò che le è accaduto.

Quando scendono in campo, questi uomini sono compagni di squadra, avversari, calciatori. Il calcio crea uno spazio in cui possono esprimersi attraverso il gioco e le relazioni, senza che il loro passato debba definire ogni aspetto della loro identità.

Per me era importante che, alla fine del film, lo spettatore non ricordasse soltanto ciò che era successo a questi ragazzi, ma soprattutto chi erano. Volevo che si affezionasse a loro come ci si affeziona a una squadra, che ne condividesse la passione e che arrivasse, magari, a fare il tifo per loro.

5. Il calcio, nel tuo documentario, sembra diventare uno strumento attraverso cui ricostruire non soltanto una quotidianità, ma anche la propria identità. C'è stato un episodio, durante le riprese, che ti ha fatto comprendere quanto questo sport fosse fondamentale per i protagonisti?

Confesso che, prima di questo viaggio, non avevo mai assistito a una partita di calcio amputati. Una volta arrivato in Ucraina, però, mi sono immerso completamente in questa realtà e mi sono ritrovato a pensare: «Wow, sono davvero bravi. Io non saprei farlo!».

Durante le riprese, soprattutto quando la partita entrava nel vivo, smettevo quasi di pensare alle loro storie personali e iniziavo semplicemente a seguire quello che succedeva in campo: un passaggio, un contrasto, un errore, una bella giocata, la voglia di segnare. Insomma, guardavo la partita e facevo il tifo.

È in quei momenti che ho capito quanto il calcio potesse restituire loro qualcosa che andava ben oltre la dimensione sportiva. Non era soltanto un modo per mantenersi attivi o trascorrere del tempo: era un luogo in cui ritrovare un ruolo, costruire relazioni e riconquistare una parte della propria identità.

Forse, però, me ne sono reso conto definitivamente al momento dei saluti. Quando il campo si è svuotato e i pullman delle squadre sono ripartiti con i giocatori, ho vissuto una sensazione che mi ha riportato a Ragazze vincenti, il film con Tom Hanks e Madonna sulla lega femminile di baseball nata durante la Seconda guerra mondiale. In quel momento ho sentito quanto desiderassi che anche per questa lega i riflettori non si spegnessero. Volevo che continuasse a essere vista, seguita e sostenuta.

6. Raccontare una storia ambientata in un territorio segnato dalla guerra significa confrontarsi con una realtà estremamente complessa. Come hai scelto di rappresentare il conflitto senza permettere che la sua presenza sovrastasse le vicende personali dei calciatori?

Ho cercato di considerare la guerra come una presenza costante, perché è ovunque, ma non volevo che diventasse il centro del racconto. Sarebbe stato impossibile raccontare la vita di questi giocatori senza tenerne conto: la guerra ha trasformato le loro esistenze e, in alcuni casi, è direttamente legata alle loro storie personali. Allo stesso tempo, però, non volevo che ogni immagine o ogni parola riconducesse inevitabilmente tutto al conflitto.

Non è un caso che nel film compaiano soltanto due bandiere: quella del calcio d'angolo, quasi all'inizio, e poco dopo quella ucraina, ripresa da dietro un reticolato. Quest'ultima mi sembrava un'immagine capace di restituire la condizione del Paese, prigioniero della guerra.

Ho scelto quindi di raccontare il conflitto soprattutto attraverso ciò che lascia intorno ai protagonisti, senza trasformare il documentario in un racconto di guerra. I luoghi, i momenti di attesa, alcuni silenzi e le esperienze dei giocatori sono sufficienti a ricordarci continuamente la realtà in cui ci troviamo.

La cosa più importante, però, era lasciare spazio al campo.

In fondo, credo che il modo più rispettoso di rappresentare il conflitto fosse proprio non permettergli di definire completamente queste persone. La guerra è una parte fondamentale del contesto del film, ma i protagonisti sono molto più della loro esperienza della guerra. Sono calciatori, compagni, amici: persone con un passato, ma anche con un presente e con un futuro che stanno cercando di costruire.

7. Dal punto di vista cinematografico, come hai costruito il linguaggio visivo del documentario? Hai privilegiato un approccio osservativo, lasciando che fossero le immagini e i gesti dei protagonisti a raccontare la storia, oppure hai seguito una struttura narrativa definita già prima delle riprese?

In un Paese in guerra la situazione cambia continuamente, e questo mi ha portato a cercare un equilibrio tra le idee che avevo in mente e ciò che accadeva realmente. In un documentario, soprattutto quando si lavora in un contesto così particolare, credo sia fondamentale lasciare spazio alla realtà, senza cercare di forzarla troppo.

Per questo ho adottato un approccio prevalentemente osservativo. Mi interessavano i gesti e i momenti apparentemente secondari: i preparativi, gli sguardi, le conversazioni, le battute e la concentrazione prima di una partita. Sono elementi che permettono allo spettatore di entrare nella quotidianità dei protagonisti senza bisogno di spiegare continuamente ciò che sta vedendo.

Allo stesso tempo, sapevo di voler costruire un percorso preciso. Il film parte dall'incontro con questa realtà e, progressivamente, porta lo spettatore dentro la squadra, fino a fargli comprendere che il calcio, per questi giocatori, non rappresenta soltanto uno sport, ma anche un modo per ritrovare identità e appartenenza.

Ci sono poi alcuni riferimenti cinematografici che mi hanno accompagnato durante il lavoro. Il viaggio sui treni dell'Est è un omaggio al film Proč?, mentre Ragazze vincenti mi è tornato in mente in un momento molto particolare delle riprese. In fase di montaggio, invece, ho avuto una sorta di illuminazione grazie a Trainspotting e al suo celebre monologo sulle scelte. È stato allora che ho trovato una chiave per tenere insieme le diverse esigenze del racconto: da una parte, la struttura narrativa che avevo immaginato; dall'altra, la libertà che mi avevano restituito le immagini e gli incontri reali. A volte sono stati proprio un gesto, uno sguardo o una situazione imprevista a suggerirmi la direzione da seguire.

Volevo soprattutto evitare che il film sembrasse costruito per dimostrare una tesi. Preferivo lasciare che fosse lo spettatore, osservando questi uomini giocare, parlare e stare insieme, a comprendere progressivamente quanto quel campo da calcio significasse per loro.

8. Il documentario affronta temi universali come la perdita, la resilienza e il bisogno di appartenenza. Durante la lavorazione, la tua percezione di questi concetti è cambiata rispetto a quando hai iniziato il progetto?

Sì, sicuramente. Quando ho iniziato il progetto avevo un'idea abbastanza precisa di concetti come perdita, resilienza e appartenenza, ma durante le riprese ho capito quanto fossero più concreti e quotidiani di quanto immaginassi.

La cosa che è cambiata maggiormente è forse la mia idea di resilienza, una parola che dalle nostre parti rischia di essere abusata. Prima tendevo ad associarla soprattutto alla capacità di superare qualcosa, quasi fosse un traguardo da raggiungere. Incontrando questi giocatori, ho iniziato a vederla in modo diverso: non necessariamente come il momento in cui una persona riesce a vincere sulle proprie difficoltà, ma come la possibilità di continuare a scegliere, giorno dopo giorno, di fare qualcosa che dà senso alla propria vita.

E qui torna il tema dell'appartenenza. Vederli insieme mi ha fatto capire quanto sia importante poter dire: «Io faccio parte di questa squadra». Non è qualcosa di astratto: significa avere qualcuno che ti aspetta, qualcuno con cui condividere una partita, una battuta, una vittoria o una sconfitta.

Anche il concetto di perdita ha assunto per me un significato diverso: meno legato a ciò che non c'è più e più aperto a ciò che si può ancora costruire. Il film non vuole negare quello che queste persone hanno perso, ma mostrare come la perdita non esaurisca la possibilità di creare nuovi legami, darsi nuovi obiettivi e vivere nuovi momenti di felicità.

Credo che questa sia una delle cose più importanti che mi sono portato via da quell'esperienza: a volte, ricostruire la propria identità non significa tornare a essere la persona che si era prima, ma trovare un nuovo modo di essere se stessi insieme agli altri.

9. Football in Times of War arriva dopo il tuo precedente documentario L'viv–Napoli: The Music That Echoed Back, anch'esso legato all'Ucraina. Quale continuità esiste tra queste due opere e cosa senti di aver approfondito, come autore e come regista, attraverso questo nuovo progetto?

La continuità più forte tra i due film è sicuramente il rapporto con l'Ucraina e il mio desiderio di raccontarla attraverso storie personali, cercando di andare oltre l'immagine che spesso arriva da fuori. In L'viv–Napoli: The Music That Echoed Back la musica era il punto di partenza per parlare di memoria, identità e del legame tra le persone e i luoghi. In Football in Times of War questo ruolo passa al calcio. Mi rendo conto ora che tutto ciò è molto napoletano e anche questa è continuità.

Ad ogno modo, rappresentano realtà diverse, ma in entrambi i casi mi interessava capire come qualcosa di apparentemente semplice, una canzone, una partita, possa diventare uno strumento attraverso cui le persone si riconoscono, costruiscono relazioni e raccontano qualcosa di sé.

Nel primo corto ero forse più interessato a scoprire una realtà che ancora non conoscevo; questa volta ho sentito maggiormente la responsabilità di fermarmi, ascoltare e lasciare che fossero le persone a determinare la direzione del racconto.

Anche come regista sento di aver imparato a fidarmi maggiormente dell'osservazione. Non tutto deve essere spiegato attraverso le parole: a volte un gesto, uno sguardo, un momento condiviso o una partita possono raccontare molto più di un'intervista.

In questo senso, Football in Times of War è per me una prosecuzione naturale del film precedente, ma anche un passo avanti. L'Ucraina rimane il territorio della storia, mentre musica e calcio diventano due linguaggi diversi per parlare, in fondo, della stessa cosa: del bisogno umano di creare legami e di continuare a riconoscersi in qualcosa, anche quando tutto intorno è cambiato.

10. Il film racconta la possibilità di ricominciare anche quando la propria vita è stata radicalmente trasformata. Qual è il messaggio che vorresti arrivasse agli spettatori e quale percorso immagini per Football in Times of War, tra festival, distribuzione e incontro con il pubblico?

Credo che il messaggio più importante sia che una vita può cambiare radicalmente senza per questo smettere di avere un futuro. Non penso, però, che il film debba essere letto come una semplice storia di rinascita o di superamento delle difficoltà. Mi interessava soprattutto raccontare la possibilità di continuare a scegliere, choose life, no? Di costruire nuovi legami e di trovare qualcosa per cui valga la pena andare avanti.

Mi piacerebbe che gli spettatori uscissero dalla visione con la voglia di conoscere meglio questi calciatori e magari di fare il tifo per loro. Vorrei che il film aiutasse a guardare oltre ciò che hanno perso, senza negarlo, e a riconoscere quello che stanno costruendo attraverso il calcio: una squadra, delle amicizie, un senso di appartenenza. Se riuscisse a far nascere questa vicinanza, credo che avrebbe raggiunto uno dei suoi obiettivi più importanti.

Per quanto riguarda il percorso del documentario, vorrei innanzitutto continuare a portarlo nei festival, occasioni preziose per incontrare pubblici diversi e far conoscere una realtà ancora poco raccontata. Football in Times of War è già stato selezionato da diversi festival, tra cui il Paladino d'Oro Sport Film Festival, e mi piacerebbe che questo percorso gli permettesse di raggiungere anche contesti legati al cinema, allo sport e all'inclusione.

Parallelamente, sto cercando occasioni di incontro e collaborazione con realtà editoriali, sportive e culturali che possano contribuire a far circolare il film e la storia della League of the Mighty. In prospettiva, mi piacerebbe arrivare anche a una distribuzione online, una volta valorizzato il percorso festivaliero, così da raggiungere persone che magari non frequentano abitualmente i festival.

Quando ho salutato i giocatori, ho pensato che non volevo che i riflettori si spegnessero su questa lega. È ancora ciò che mi auguro oggi: che il film possa contribuire, anche nel suo piccolo, a mantenere viva l'attenzione su questi calciatori e su ciò che stanno costruendo.

 

IL CALCIO AL TEMPO DELLA GUERRA - FOOTBALL IN TIMES OF WAR

Un cortometraggio documentario di Fabio Izzo

Italia | 2026 | 10’40”

SINOSSI: In Ucraina, mentre la guerra continua a cambiare la vita quotidiana di milioni di persone, un gruppo di calciatori continua a scendere in campo. Sono i giocatori della League of the Mighty, la lega ucraina di calcio amputati. Football in Times of War racconta il loro rapporto con il calcio e con una squadra che è diventata molto più di un luogo dove giocare. È uno spazio di amicizia, appartenenza e ricostruzione, dove ritrovare fiducia, identità e un senso di normalità.
Il film sceglie di guardare ai protagonisti innanzitutto come calciatori, compagni di squadra, tifosi e persone, evitando una rappresentazione costruita sulla vittima o sull'eroe. La guerra è il contesto, ma al centro ci sono loro e ciò che accade quando il calcio riesce a restituire qualcosa che sembrava perduto: il senso di appartenere a una comunità.
Fabio Izzo, scrittore e filmmaker italiano, è arrivato a questa storia attraverso il suo interesse per l'Ucraina e per il rapporto tra calcio, identità e memoria. Dopo il suo precedente documentario L'viv–Napoli: The Music That Echoed Back, è tornato in Ucraina per raccontare il calcio ucraino in un momento storico drammatico.
Il risultato è un film oltre la guerra: sulla possibilità di ricominciare, di scegliere la vita e di ritrovare se stessi attraverso il gioco e attraverso gli altri.

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